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In occasione del 1° maggio, come accade di consueto, mentre le varie parti politiche si adopereranno per strumentalizzare la giornata ai fini della propria campagna elettorale, una buona parte delle famiglie italiane cercherà di approfittare della chiusura di uffici e aziende per recarsi in qualche località di villeggiatura, oppure rilassandosi con un picnic (soluzione sicuramente più economica, visti i tempi che corrono). Ma ci saranno anche, nello stesso istante, migliaia di famiglie che, al contrario, avranno ben poco da festeggiare, e per le quali la celebrazione del 1° maggio come Festa dei Lavoratori andrà ad assumere i connotati di una beffa atroce. Nel 2008 in Italia sono state circa 600 le persone che hanno perso la vita durante l’esercizio della propria attività lavorativa, e migliaia coloro che hanno riportato lesioni e ferite, vittime troppo spesso di un sistema incapace di garantire un adeguato standard di sicurezza sul luogo di lavoro, sottoposti a turni ed orari massacranti, in balìa di datori di lavoro incuranti di garantire la salvaguardia dell’incolumità dei proprio dipendenti. E che dire allora dei lavoratori precari, degli stagionali, o di coloro costretti a lavorare “in nero”? Un esercito di famiglie perennemente sull’orlo del baratro, senza un futuro stabile, impossibilitate ad allargarsi per la mancanza di certezze sul proprio futuro. In Sicilia poi, il problema è particolarmente rilevante: mentre, da un lato, in pochi ricordano, nonostante sia passato meno di un anno, la strage di Mineo, nel corso della quale morirono intossicati sei operai, dall’altro il problema della disoccupazione e del lavoro precario assume i connotati di una vera e propria emergenza che non accenna a diminuire. Per non parlare dei lavoratori autonomi, quali i piccoli commercianti, soffocati dalla crisi di un’economia sempre più globalizzata ed americanizzata. Stringendo sempre di più il cerchio, anche Taormina rappresenta un esempio negativo da questo punto di vista: sotto la scure della crisi le nuove assunzioni divengono sempre più merce rara, i contratti stagionali lasciano per sei mesi i giovani taorminesi allo sbando, costretti ad emigrare per poter lavorare e crearsi un futuro stabile, per non parlare della cospicua mole di lavoratori “in nero”. Una situazione che in pochi hanno il coraggio di evidenziare ma che meriterebbe un’attenta analisi ed interventi ad hoc in grado di tutelare soprattutto le nuove generazioni, anziché sprofondare nell'indifferenza di un contesto capace di premiare soltanto chi accumula denaro il più in fretta possibile. Ma intanto il sistema prosegue in questa forsennata corsa all’autodistruzione. E in Italia di lavoro si continua a morire.

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