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IL MITO E L'ORIGINE DEL NOME

Il nome antico della città era Tauromènion. Sulla sua fondazione non si hanno molte notizie: secondo Diodoro Siculo (storico vissuto nel I sec. a.C.) sarebbe stata fondata nel 396 a. C. dagli indigeni Siculi, appoggiati dal comandante cartaginese Imilcone. Nel 394 a.C. Dionigi il Vecchio, signore di Siracusa, tentò invano di occupare Taormina e nel corso dell’assedio rischiò anche di essere ucciso. Solo nel 392 a.C. Dionigi riuscì ad annettere la città al territorio di Siracusa, in conseguenza di un trattato con i Cartaginesi. La definitiva fondazione della città greca si ebbe tuttavia solo nel 358 a.C., quando Andromaco (il padre del celebre storico Timeo) raccolse i superstiti di Naxos e i loro discendenti e li condusse sul sito che, da allora, assunse il nome di Tauromènion dal Monte Tauro (circa 200 m. sul livello del mare). Lo stretto rapporto di filiazione tra la nuova colonia e Naxos è confermato dalle prime monete di Taormina sulle quali è raffigurato Apollo Archeghètes, la divinità protettrice dei Nassii. Da allora Tauromenion rimase nell’orbita siracusana fino alla conquista romana, come attesta il trattato del 263 a.C. fra Ierone II di Siracusa e Roma. Il trattato permise a Taormina di intrattenere buoni rapporti con i nuovi padroni dell’isola.
La città nacque con il nome Tauromenium, nome che ancora conserva anche se trasformato in Taormina, che significa abitazione sul Tauro, il monte su cui sorse.Lo storico Diodoro attribuisce l’assegnazione del nome alla città sia ai Siculi, che ai Greci. Secondo Pietro Rizzo, che ha scritto una storia di Tauromenium, furono probabilmente entrambi i popoli a chiamarla così. Non mancano leggende che fanno derivare il nome da altre fonti. Una favoleggia di un Minotauro, che figura in monete antiche, al quale attribuisce la fondazione e il nome della città. Un’altra evoca due principi di Palestina, Taurus e Mena, che avrebbero fondato la città, dandole il nome Tauromena. Attorno a Taormina fiorirono tante altre leggende. Alcune hanno per protagonista Pitagora, che avrebbe parlato nello stesso giorno a Taormina e a Metaponto, avrebbe fatto adottare a Taormina le leggi del catanese Caronda, avrebbe placato i furori erotici di un giovane taorminese suonando il suo magico flauto frigio. In realtà, Pitagora visse in un periodo storico nel quale Tauromenium non era stata ancora fondata.
IL PERIODO GRECO
Nell’VIII secolo a. C. i naviganti greci evitavano di approdare sulle coste della Sicilia, perché temevano di scontrarsi con i Siculi, considerati crudeli e pericolosi. Sembra, tuttavia, che il navigante ateniese Theokles, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, poté constatare il clima favorevole e la fertilità della terra. Rientrato in Atene, preparò una spedizione di Dori, Joni, Calcidesi e ritornò nell'isola. Questo, almeno, è il racconto dello storico greco Eforo, trasmesso dal geografo Strabone. Anche prescindendo dalla veridicità di tale episodio, è certo che i Greci, impediti ad espandersi verso i potenti imperi dell'Asia Minore, furono obbligati a cercare l’espansione coloniale in Sicilia e successivamente nell'Italia meridionale, forti anche della loro progredita arte navale. Nel 735 a.C. gruppi di coloni greci, unitamente ad Achei del Peloponneso settentrionale, a Dori e Calcidesi, approdarono sulle coste orientali della Sicilia. Poiché molti provenivano dall'isola di Naxos dell'Egeo, è probabile che la prima colonia fondata abbia avuto il nome di Naxos. Chiamarono, altresì, Monte Tauro la rocciosa altura che sovrasta la pianura, trovandola simile a quelle dei monti del Tauro dell'Asia Minore. I Siculi, che abitavano in quella pianura, furono costretti a ritirarsi sul monte. La prova dell'esistenza dei Siculi sul Monte Tauro è data dalla necropoli di Cocolonazzo di Castelmola, scoperta nel 1919. Mentre la colonizzazione greca in un primo tempo era contenuta entro certe zone del litorale, con Dionisio il Vecchio (432-367 a. C.), tiranno di Siracusa, fu spinta in tutta la Sicilia. Le mire espansionistiche portarono Dionisio a combattere con i Siculi e con i Cartaginesi, che occupavano la Sicilia occidentale. Il Monte Tauro, per la posizione naturale occupata, costituiva un forte ostacolo a questo progetto colonialistico. Le truppe di Dionisio, infatti, dirette a Messina ed ancora oltre a Reggio, Crotone, Metaponto, Sibari, si trovarono impedito il passaggio dai Siculi, che presidiavano il Monte. Non riuscendo ad ottenere pacificamente il possesso della roccaforte, il tiranno cercò di occuparla con la forza. Nel 403 a.C. assediò Naxos e con la complicità di un traditore, certo Prokles, riuscì a conquistarla. La città, che per più di tre secoli, esattamente per 332 anni, si era sviluppata pacificamente con l'agricoltura, la pastorizia ed il commercio, fu incendiata e distrutta. Lo storico Pausania (II sec. d.C.) riferisce che la distruzione di Naxos fu così totale che, al suo tempo, non esistevano più nemmeno le rovine.Dopo la conquista di Naxos, Dionisio cinse d'assedio il Monte. In una notte senza luna, imperversando una tormenta di neve e di vento, le sue truppe, inerpicandosi per i dirupi del Monte, riuscirono ad impossessarsi dell'acropoli, situata dove sorge il Teatro greco. Ma i Siculi, destati dalle grida di allarme delle vedette, accorsero in massa e riuscirono a ricacciare giù i Siracusani. Dionisio, sconfitto, tolse l'assedio e tornò a Siracusa. Tuttavia, in forza di un trattato stipulato con i Cartaginesi qualche tempo dopo, esattamente nel 392 a.C., potè ottenere lo stesso il possesso del Monte. Andromaco, padre del famoso storico Timeo, che assunse il governo della città, è ritenuto il fondatore di Tauromenium. La città, posta su un’altura a 205 m. s.l.m, era di fatto una località inespugnabile, soprattutto perché tre lati di essa erano costituiti da burroni spaventosi, che precipitavano direttamente a mare. Nonostante ciò, i Tauromeniti, per una più sicura difesa della polis, aggiunsero muri poderosi sul lato nord e sul lato sud, seguendo il sistema difensivo ellenico, che prevedeva una triplice cortina di muri e due soli punti di accesso alla città. Ancora oggi i muri sono visibili ed esistono le antiche porte della città. Nel periodo di maggiore splendore, la popolazione di Tauromenium contò 12 mila abitanti. La lingua dominante fu il dialetto dorico. Il primo ordinamento della polis fu elaborato da Andromaco e venne inciso su tavole di marmo. Quattordici di queste tavole sono tuttora custodite nel piccolo Museo del Teatro antico. Il capo della polis era l’Eponimo. Durava in carica un anno e non era rieleggibile. Altri magistrati pubblici erano gli Strateghi, i Ginnasiarchi e i Proagori. Per l’elezione dei magistrati il popolo si riuniva nell’agorà, situata nell'attuale Piazza Badia. Tauromenium, dovendosi difendere dalle pericolose incursioni dei Mamertini (mercenari allo sbando, in quel tempo al soldo di Siracusa), così chiamati dal dio Mamerte, affidò il comando militare ad un patriota ellenico di nome Tindarione per la durata di dieci anni. I Mamertini, nel 288 a.C., dopo avere conquistato Messina si spinsero fin sotto le mura della polis di Tauromenium, ma Tindarione riuscì a difenderla e a salvarla. Preoccupato per il pericolo di nuove incursioni di Mamertini e soprattutto per i propositi ostili dei Siracusani, nel 278 Tindarione chiese aiuto a Pirro, re dell'Epiro. Quest’ultimo raggiunse Tauromenium, accolto con entusiasmo dallo stesso Tindarione, ma non riuscì nell'impresa. Agatocle, tiranno di Siracusa, riuscì, infatti, ad assoggettare la città. Lo storico Timèo, figlio di Andromaco, fondatore di Tauromenium, che era un oppositore del tiranno, fu esiliato ad Atene, ove visse per 50 anni e morì, nel 261 a.C., alla età di 90 anni. Alla morte di Agatocle, Siracusa fu guidata da Gerone II. Questi riconobbe ai Tauromeniti l’autonomia, ma li assoggettò al pagamento della decima; all'obbligo, cioè, di versare la decima parte della ricchezza prodotta durante l'anno. Questo fu per la polis, comunque, un periodo di splendore e di benessere economico. I Tauromeniti si poterono dedicare alla costruzione del Teatro, delle Naumachie e degli acquedotti. Si presentava, però, per Tauromenium il pericolo dei Cartaginesi, che dalla Sicilia occidentale cercavano di espandersi nella parte orientale occupata dalle colonie greco-siciliote. Col loro poderoso esercito avevano già devastato e distrutto diverse città, tra le quali Selinunte, Imera, Agrigento, Camerina e Gela. Un più grave pericolo si affacciava, ancora, non solo per Tauromenium, ma per tutta la Sicilia: i Romani. Nel 264 a.C., chiamati in aiuto dai Mamertini di Messina, arrivarono in Sicilia. Siracusa che, alla morte di Gerone II, aveva cessato la politica di alleanza con Roma, venne attaccata e rasa al suolo dall'esercito romano, guidato dal Console Marco Claudio Marcello. La popolazione fu massacrata e trovò la morte anche il grande Archimede.
IL PERIODO ROMANO
Tauromenium, per evitare di essere distrutta e saccheggiata come Siracusa, avviò una politica di amicizia verso Roma e, nel 212 a.C., si sottomise ad essa. Cessava con questo atto il periodo di massimo splendore della civiltà greca in Sicilia. Cesare Ottaviano fece di Taormina una colonia romana, allontanando dalla città molti dei suoi abitanti e popolandola con famiglie romane. Attratti dalla bellezza e dal clima mite, molti consoli che si ritiravano dalla vita pubblica la sceglievano come luogo di riposo. Alcune insigni famiglie romane costruirono lussuose ville nei luoghi più ameni o vicino al mare per risiedervi stabilmente. Dalla famiglia dei Pisones della gente Calpurnia prese nome la località Spisone; la via Jalia Bassia prese nome dalla matrona Julia Basilia; dalla villa costruita dai Fabi prese nome la contrada Mufabi. Essendo stata pronta a sottomettersi a Roma, Tauromenium fu la prima civitas libera et foederata tra le 52 città dell’isola. In virtù di tale riconoscimento fu esentata da qualsiasi tributo verso Roma e furono concessi ai Tauromeniti molti privilegi, compresa la cittadinanza romana. La città godette, fino al 133 a.C., di un periodo di pace, durante il quale fu ristrutturato il Teatro greco costruito da Gerone II. (ecco perché oggi il Teatro antico è spesso anche chiamato greco-romano), furono costruiti nuovi monumenti e fu dato un impulso allo sviluppo urbanistico. Nello stesso periodo si sviluppava la lotta per la supremazia e l'esistenza fra Roma e Cartagine; lotta che durò 120 anni (264-146 a.C.) e che si concluse con la distruzione di Cartagine, che avvenne nel 146 a.C., dopo le tre guerre puniche. La cacciata definitiva dei Cartaginesi dall'isola fu merito dei Romani, ma la Sicilia e Tauromenium non diventarono mai latine. Tauromenium conservò, infatti, il suo parlare greco fino alla nascita del volgare nel periodo dei Normanni e degli Svevi. Una prova di ciò sta nel fatto che il vescovo Teòfono Cerameo pronunciava le sue omelie ancora in greco. La storia dell'impero romano abbraccia cinque secoli, dal 31 a.C. al 476 d.C. Crisi e disordini, lotte civili, trasformazioni sociali caratterizzarono tutta questa fase storica. Limitando l’attenzione alla Sicilia, si rileva che la decadenza procedette inesorabile in tutti i campi e che a lungo imperò il malgoverno. La piccola proprietà rurale tese a scomparire, perché tartassata dagli aggravi fiscali. Le zone agrarie dell'isola divennero preda dei grandi speculatori italici e crebbe il numero dei diseredati. Si arrivò a un tale impoverimento che gli agricoltori, esasperati dalle imposizioni sempre più esose di Roma, si ribellarono. Le rivolte, che segnarono un risveglio dei sentimenti d'indipendenza isolana, furono definite le rivolte degli schiavi (135-132 e 104-101 a.C.). Sorte in Sicilia ed alimentate a Roma dall’appassionata opera dei tribuni della plebe, i fratelli Tiberio e Caio Gracco, investirono anche Tauromenium. Diecine di migliaia di agricoltori e schiavi, guidati da Euno, insorsero verso i padroni delle terre ed occuparono Enna, Agrigento, Catania e Tauromenium (un monumento ad Enna ricorda l’eroismo di Euno). Roma inviò il console Fulvio Flacco con il mandato di domare i rivoltosi. Assediò Tauromenium e poiché non riuscì ad occuparla vennero in suo aiuto i consoli Lucio Pisone e Publio Rupilio (due vie di Taormina ricordano ancora oggi questi due consoli, ma nulla ricorda, invece, l'epica rivolta degli schiavi). I rivoltosi si asserragliarono nella città e, nonostante avessero esaurito i viveri, resistettero a lungo (pare che per sopravvivere furono perfino costretti all'antropofagia). Solo per il tradimento di uno schiavo, di nome Sepadone, il console Rupilio riuscì ad entrare nella città. I ribelli catturati vennero uccisi in modo atroce (mediante il supplizio della croce o mediante sfracellamento) o vennero incatenati e portati a Roma per dare spettacolo nei circhi, facendoli combattere contro leoni affamati.Durante tutto il periodo della dominazione si verificarono diversi episodi che evidenziarono quanto fosse difficile ai Tauromeniti integrarsi con i Romani. Nel foro di Taormina era stata innalzata una statua al propretore Gaio Verre, allorchè, nel 73 a.C., era stato inviato in Sicilia ad amministrare la giustizia. Verre si dimostrò subito un ladro di opere d'arte ed un concussore. Pretese, nonostante la città godesse dell’esenzione da ogni tributo, grossi quantitativi di frumento, vettovagliamenti e perfino delle navi. I cittadini decisero di reagire e, con la complicità di una notte buia, rovesciarono la sua statua. Poi la sminuzzarono e dispersero i pezzi, lasciando volutamente solo la base per accentuare l'oltraggio. La città accolse bene e collaborò, invece, con Marco Tullio Cicerone, allorché venne a Taormina per raccogliere notizie e prove utili per accusare Verre in Senato. Verre, capita l’antifona, si esiliò volontariamente a Marsiglia, ove rimase fino alla morte, avvenuta nel 43 a.C. Cicerone, soddisfatto della fuga di Verre, non ritenne di leggere, avanti all'Alta Corte Senatoria, le cinque famose orazioni, dette Verrine (in Verrem). Lesse solo la prima e si limitò a pubblicare le altre. In queste orazioni scrisse molto su Taormina in modo acuto e lucido. Dopo Verre, Tauromenium dovette subire la cupidigia di un altro Pretore, Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, poi catturato e ucciso a Mileto da Antonio.
IL CRISTIANESIMO
Nel 476 d.C. cadde il potente impero romano, da tempo in progressiva degenerazione. Tre furono le cause principali del crollo: il processo di infiltrazione dei barbari anche nei gradi più elevati degli uffici amministrativi dell'impero; le pressioni ai confini e le successive infiltrazioni nel territorio sia di potenti tribù nordeuropee (Vandali, Visigoti, Alemanni, Eruli, Unni) che degli Arabi; il sorgere e il propagandarsi prodigioso del Cristianesimo. La fede e la dottrina cristiane, nate in Palestina, si diffusero presto nel mondo romano, minacciando dalle fondamenta l'impalcatura religiosa, culturale e sociale su cui si fondava l'impero. I Romani reagirono con determinazione, perseguitando spietatamente i cristiani. Nonostante ciò, la forza della fede e delle idee del cristianesimo si affermò prepotentemente e la nuova religione presto arrivò anche a Tauromenium. Pancrazio da Antiochia fu ordinato Vescovo da Pietro Apostolo e fu inviato a Tauromenium con la missione di evangelizzare i siciliani. Arrivò nell'anno 40 d.C., quando era imperatore Caligola, ed esercitò l'apostolato per 60 anni. Nell'isola la diffusione del Cristianesimo fu lenta e difficile, perchè ostacolata dal persistere di culti pagani e dal continuo insorgere di movimenti eretici e scismatici. Anche la Sicilia, tuttavia, conta molti martiri per la fede, soprattutto tra le classi più umili. Tra questi lo stesso vescovo Pancrazio che, nell'anno 100 d.C., fu trafitto e lapidato dai Gentili. Per il martirio subito fu glorificato ed oggi S. Pancrazio è il protettore della città. Pure nel IV e nel V secolo d.C., quando l'isola fu invasa prima dai Vandali (seguaci dell'arianesimo) e poi dai Goti, i cristiani continuarono ad essere perseguitati e vessati. Tauromenium fu sede vescovile fino al 1082, finché questa non venne abolita dal Conte Ruggero d'Altavilla, primo conquistatore normanno della Sicilia.
IL PERIODO ARABO
Caduto l'impero romano d'Occidente (V secolo d.C.), iniziarono le incursioni sulle coste meridionali della Sicilia da parte degli Arabi, che incitavano alla guerra santa contro gli infedeli cristiani. Le loro razzie continuarono nei secoli VII, VIII e IX. Nell'827 si mossero con oltre 10 mila uomini con l'intento di occupare militarmente tutta la Sicilia. Sbarcarono a Mazara e completarono l'invasione con la conquista di Tauromenium nel 902. La città resistette a lungo agli attacchi, finché, il 1° Agosto del 902, l'emiro Ibrahim Ibn Ahmed non riuscì ad entrare da Porta Cuseni, poi detta Porta dei Saraceni, proprio per l'infelice ricordo dell'invasione. La città fu saccheggiata e distrutta. Donne, vecchi e bambini, ovunque fossero trovati, anche dentro le chiese, furono trucidati. Monumenti e chiese furono abbattuti. Il vescovo di Tauromenium, Procopio, fuggiasco con un gruppo di tauromeniti, fu riconosciuto e catturato. Ibrahim ordinò di spaccargli il petto ed, estrattogli il cuore, lo mangiò in pubblico (il martirio di S. Procopio è ricordato in un affresco nella chiesa di San Pancrazio). I superstiti vennero venduti come schiavi e le ragazze in parte furono acquistate dal califfo Al-Mansur per popolare gli harem di Bagdad ed in parte furono mandate nei paesi dello Jemen come fattrici allo scopo di incrociare la razza araba con quella mediterranea. Secondo una leggenda, anche il firmamento pianse la spaventosa strage di Tauromenium. In realtà, la notte del 10 Agosto del 902, il cielo si illuminò, per una intera notte, per una copiosa pioggia di meteoriti (sciame delle Leonidi originato dalla costellazione del Leone). Nel 909 i Cristiani ricostruirono la città chiamandola Tauromenium la nuova, ma nel 962 i musulmani, dopo un assedio durato 7 mesi, la riconquistarono e la saccheggiarono ancora una volta. Il califfo Al Moez le diede il nome di Almoezia. Da allora la dominazione araba durò due secoli e mezzo. Gli Arabi, mentre erano stati predatori e sanguinari nelle loro scorribande, si dimostrarono saggi nell'amministrazione dei territori occupati. Portarono importanti innovazioni nell'agricoltura (produzione del miele, del gelso, dell'arancio e del limone), nelle tecniche per la captazione della acque e nei sistemi d'irrigazione. Si diffuse la filosofia classica, progredirono gli studi della medicina, della chimica e della matematica (la numerazione ancora oggi in uso è quella araba). Fu adottato un sistema di riscossione dei tributi più ordinato e meno vessatorio, fu favorita la formazione della piccola proprietà, fu alleggerita la condizione degli schiavi. Durante il periodo in cui l'Islamismo fu in grande espansione, ai Cristiani fu consentito di vivere secondo la loro fede; era solo vietato costruire nuove chiese, portare la croce nelle processioni e suonare le campane. In questa fase, accanto alle vecchie torri comparvero i minareti e le bifore. Soltanto in architettura gli Arabi non lasciarono nulla di originale, perché per esercitare il culto religioso utilizzarono le chiese preesistenti, adattandole semplicemente al loro gusto. Gli edifici con architettura interamente araba esistenti in Sicilia e a Taormina furono realizzati dai Normanni, che seguirono lo stile architettonico arabo. In ogni città dell'isola e, quindi, pure a Taormina, si notano tuttora le tracce dell'occupazione araba. In particolare, la presenza araba portò un significativo arricchimento linguistico. L'Islam si affermò e portò progresso non solo in Sicilia, ma anche nell'Europa meridionale, nell'Asia Minore e nell'Oriente. Tutto ciò destò per lungo tempo vivo allarme nella Chiesa di Roma.
IL PERIODO NORMANNO-SVEVO
La politica pontificia affidò l'impresa dell’offensiva contro gli Arabi ai Normanni che, capeggiati da Tancredi D'Altavilla, erano, tra i gruppi dei soldati di ventura, i più temibili per brama di preda, per audacia e per spietatezza. Nel 1078 Ruggero, il figlio più giovane di Tancredi, espugnò Almoezia e la città riprese il nome di Tauromenium. Nel 1087 i Normanni occuparono l'intera isola e si trovarono innanzi al problema di sanare le tremende ferite della guerra. In questo compito furono eccellenti, dimostrando di essere una delle dinastie più illuminate del tempo. Si avviò indubbiamente con essi una nuova era di prosperità per la Sicilia. Avendo spirito di tolleranza, non scacciarono gli arabi dall'isola; allontanarono soltanto i capi, relegandoli nei castelli della Calabria, della Puglia e dell'Irpinia. Assegnarono delle terre con il privilegio dell'immunità perpetua agli ordini monastici di obbedienza greca e ai vescovadi cattolici. Fecero riaprire gli edifici destinati al culto cristiano, consentendo che le campane fossero di nuovo issate sulle chiese. Venne affermato il dominio del sovrano sulle acque e sui boschi e riconosciuto agli abitanti il diritto di pascolo, ghiandaggio e legnatico sulle terre demaniali e comunali. Ripresero, infine, gli scambi commerciali, pur persistendo ancora il baratto. La lingua ufficiale preesistente - un misto di greco e arabo - si trasformò e la parlata comune si arricchì di nuove acquisizioni lessicali, sintattiche e fonetiche. Nacque così la cosiddetta lingua volgare. La dinastia normanna si esaurì negli ultimi decenni del secolo XII. Dopo i Normanni, la Sicilia fu dominata dagli Svevi. Federico II (l194-1250) fu uno dei protagonisti più illuminati della storia della sua epoca. Durante il suo regno, Taormina godette di un periodo di prosperità mai avuta in altri tempi. Il dominio svevo, tuttavia, non durò per molto tempo, anche per la netta ostilità del papato.
IL PERIODO ANGIOINO-ARAGONESE
Nel 1266 il papa francese Clemente IV incoronò re di Sicilia Carlo d’Angiò. Taormina, Catania, Caltanissetta, Agrigento e ad altre città rifiutarono l’incoronazione e si schierarono a favore di Corradino di Svezia, re appena sedicenne. Questi, per l’ovvia inesperienza dovuta alla giovanissima età, non era in condizione di fronteggiare il più esperto Carlo d'Angiò. Il 29 Ottobre 1268 fu sconfitto e barbaramente decapitato in Piazza del Mercato a Napoli. Successivamente, l'esercito di Carlo D'Angiò, composto da avventurieri assetati di bottino e di terre, occupò la Sicilia. Iniziò, così, quella che molti hanno definito la mala signoria degli Angioini. Gli abitanti furono sottoposti a nuove tasse e perfino alle cosiddette collette regie. Gli usi civici subirono drastiche restrizioni. Il malessere provocato dalle vessazioni francesi sfociò, il lunedì di Pasqua del 31 Marzo 1282, nella ribellione che passò alla storia come Vespri Siciliani. La rivolta, iniziata a Palermo, si estese subito in molte città della Sicilia. Investì, con la sua carica indipendentista, anche Taormina, ove i frati francesi furono costretti a fuggire dai monasteri per mettersi in salvo. Palermo, determinata a scacciare gli Angioini dalla Sicilia, chiese l'intervento del Re Pietro III d'Aragona. Questi sbarcò a Marsala e in poco tempo occupò l'intera isola. L’occupazione militare della Sicilia da parte dell’esercito di Pietro III determinò una nuova spaccatura del regno delle due Sicilie: la parte peninsulare, con a capo Napoli, rimase sotto il dominio degli Angioini, mentre l’isola passò sotto quello degli Aragonesi. Nel 1302, col trattato di pace di Caltabellotta, l'isola venne concessa a Federico III d'Aragona, ma col divieto di fregiarsi del titolo di Re di Sicilia. Morto nel 1337, gli succedette il figlio Pietro II, nominato nel testamento erede universale e, in violazione del trattato, successore del regno di Sicilia. Quest’ultimo morì nel 1342. Da quella data la Sicilia fu retta da reggenti. Nel 1348, l'isola fu investita dalla peste, la morte nera, portata dalle navi che venivano dal Levante. Dopo 90 anni di guerra tra Angioini e Aragonesi, nel 1372 si raggiunse la pace: l'isola rimase alla Casa d'Aragona e al sovrano fu finalmente riconosciuto il titolo di Re di Sicilia. Nel 1395 fu incoronato Re di Sicilia Martino il Giovane, che, appena diciottenne, aveva sposato Maria d'Aragona, figlia di Federico III. Morì nel 1409 senza eredi legittimi. Il Parlamento Siciliano si riunì a Taormina, nel Palazzo Corvaja, e nominò successore il padre, Martino il Grande. Questi lasciò l'amministrazione della Sicilia alla nuora, Bianca di Navarra, che il figlio Martino, ex re di Sicilia, aveva sposato in seconde nozze. Il definitivo assoggettamento della Sicilia alla Spagna ebbe un effetto di stabilità e l'isola per lungo tempo non fu più teatro di guerre. Ma ritornò ad essere vessata con le tasse. La guerra dei trent’anni, scoppiata nel 1618, obbligò la Spagna a sostenere enormi spese e la Sicilia fu costretta a contribuire con grosse sovvenzioni.
I SAVOIA E GLI ASBURGO
Nel 1713, con la pace di Utrecht, la Sicilia, tolta alla Spagna, venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, con titolo e dignità di regno. Il suo breve regno fu caratterizzato dalla lotta con il papa per i diritti di legazia ecclesiastica (privilegio del sovrano di esercitare la giurisdizione anche in materia ecclesiastica). Nel Giugno del 1714, Vittorio Amedeo II visitò Taormina assieme alla moglie, Anna d'Orleans. Durante la dominazione dei Savoia la Spagna si preparava per riconquistare la Sicilia. Per impedire l'occupazione spagnola Vittorio Amedeo II promosse un'alleanza tra Austria, Inghilterra e Francia. L'Austria accettò d'impegnarsi alla condizione che, sconfitta la Spagna, la Sicilia fosse passata sotto il dominio degli Asburgo. Per compensare la perdita della Sicilia, i Savoia avrebbero avuto in cambio la Sardegna. Seguì una guerra sanguinosa, che si concluse, nel 1718, con la sconfitta degli spagnoli. In virtù dell'accordo tra gli alleati la Sicilia passò agli Asburgo. L'occupazione austriaca nell'isola durò circa 3 anni.
IL PERIODO BORBONICO
Nel 1734, con la pace di Vienna, la Sicilia tornò agli Spagnoli, regnante Carlo III di Borbone. Fu così ricostituita l'unità del regno di Sicilia e di Napoli (il regno, cioè, delle due Sicilie). In questo periodo l'epidemia di peste che colpì Messina nel 1743 lasciò indenne Taormina, com'è testimoniato dalle patenti di sanità che venivano rilasciate ai residenti. L’illuminismo fece sentire gli effetti anche nell'isola. Nonostante la monarchia assoluta, furono avviate riforme in ogni campo. In particolare, furono limitati i poteri della feudalità e cessarono i privilegi del clero (foro ecclesiastico, esenzioni e manomorta). Il Sant'Uffizio, famigerato organo dell'Inquisizione, venne soppresso. Si diffusero gli studi giuridici, filosofici e letterari. Furono eseguite importanti opere che interessarono Taormina, tra le quali la strada Messina-Catania e quella che dal mare porta in città (l'attuale via Pirandello). Nel 1808, Ferdinando di Borbone, re delle due Sicilie, visitò Taormina. In ricordo dell’evento, nella parte alta di Porta Messina, fu posto lo stemma della casa Borbonica: un'aquila che nutre due aquilotti.
L'UNITA' D'ITALIA
Il dominio spagnolo dei Borboni durò fino al 1860. Le idee del Risorgimento e i sentimenti di libertà e unità nazionale avevano ormai da tempo infiammato anche molte menti e cuori siciliani. Parecchi patrioti taorminesi dovettero fuggire dalla città per la dura repressione borbonica, guidata da tale Giuseppe Maniscalco. La notte di Natale del 1856 furono arrestati diversi congiurati, sorpresi dalla polizia in casa La Rosa a Calatabiano. Il tribunale di Messina condannò a 18 anni di carcere Luigi Pellegrino, a 16 Vincenzo Vadalà, a 14 Carmelo Barca, a 2 l'abate don Salvatore Cacciola ed altri. Da ricordare come acceso patriota anche don Agostino da Taormina. Quando, nella primavera del 1860, Garibaldi sbarcò a Marsala per liberare la Sicilia, molti patrioti si posero al suo fianco per scacciare definitavamente i Borboni. A Taormina si formò un comitato retto dal capitano Luciano Crisafulli, che si dimostrò abile stratega, riuscendo ad evitare uno scontro, che poteva diventare molto cruento, con un contingente borbonico in ritirata, guidato dal generale Clary. I garibaldini giunsero a Taormina il 3 agosto del 1860, al comando di Nino Bixio, che dormì in casa del barone Giovanni Platania. Nell'autunno dello stesso anno la Sicilia venne annessa al Piemonte e, quindi, al Regno D'Italia. Taormina cessò di essere al centro delle vicende politiche e militari della Sicilia. Profumata di zagara e di gelsomini, con i suoi stupendi panorami, con la dolcezza del suo clima, con la sua ricca storia e i suoi preziosi monumenti, andò trasformandosi in un centro turistico internazionale, sempre più rinomato e ricercato.
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